Il nome del piatto occupa quasi tutta la riga. Il prezzo sta a destra, scritto un po’ più piccolo. Sotto c’è un’aggiunta, oppure una parola cancellata. In un menu scritto a mano, quello che viene servito e il modo di comunicarlo si incontrano sulla stessa superficie.
Può essere un foglio, una lavagna, un cartoncino appoggiato al banco. Prima di leggerne ogni voce, vediamo già una struttura: quanto spazio è lasciato fra i piatti, quali parole sono più grandi, dove comincia la lista. La grafica arriva prima della scelta di cosa mangiare.
Il piatto del giorno entra dove c’è posto
Un’aggiunta può stare in fondo, sul margine, dentro un riquadro. La pagina deve farle spazio. Se la scrittura è più piccola, la voce sembra secondaria; se è sottolineata o isolata, acquista peso. Sono scelte che cambiano la lettura anche quando vengono fatte in fretta.
Una cancellatura lascia visibile il lavoro. La superficie conserva la voce precedente e quella che l’ha sostituita. Nel menu stampato questo passaggio può sparire; sulla lavagna, una zona ripulita a metà può diventare lo sfondo della nuova parola.
Questi segni sono interessanti proprio perché hanno una ragione: un piatto è finito, un prezzo è cambiato, mancava una riga. Copiarne soltanto l’aspetto in una grafica rischia di renderli decorazioni prive di necessità.
Leggere da un altro punto della stanza
Un menu da tenere in mano e uno appeso dietro il banco chiedono dimensioni diverse. Sul primo si può leggere una descrizione. Sul secondo contano le parole che arrivano anche da lontano e il contrasto con il fondo.
La distanza aiuta a capire la gerarchia. Si può fotografare il menu frontalmente e poi guardare l’immagine in piccolo. Che cosa resta? Il titolo, tre nomi, una colonna di numeri? Se ogni voce chiede la stessa attenzione, orientarsi diventa più difficile.
Una scritta che deve funzionare
Il menu ha un compito concreto: far capire cosa si può ordinare. La personalità della mano conta, ma deve convivere con la lettura. Una parola inclinata può dare ritmo; dieci inclinazioni diverse possono rendere la lista faticosa.
È un riferimento utile anche per un capo. Una scritta grande ha bisogno di rapportarsi alla superficie, alle altre parole e al corpo che la indossa. Il lavoro non finisce quando il testo è stato scelto: comincia anche dalla distanza da cui verrà visto.
Nel linguaggio di 500GCORP, il cibo porta parole che hanno già un uso quotidiano. Spaghettata può riempire il retro di una maglia. «Piatto del giorno» può stare sopra una lista. Il tono cambia con la posizione, la misura e lo spazio lasciato intorno.
Un menu si corregge mentre il locale lavora
La scrittura a mano permette un aggiornamento immediato, ma lascia anche una responsabilità: una voce cancellata male può continuare a sembrare disponibile. Una cifra sovrapposta può rendere ambiguo il prezzo. Per osservare bene questi oggetti conviene guardare tanto i segni espressivi quanto le informazioni che devono restare inequivocabili.
Il piatto finito, la variante del giorno e la nota su un ingrediente chiedono gerarchie diverse. Una lavagna leggibile può separarle con spazi e allineamenti semplici. Non serve trasformare ogni informazione in un titolo. La personalità della mano funziona meglio quando il lettore trova senza fatica ciò che sta cercando.
Dal foglio al tavolo
Una fotografia frontale racconta l'impaginazione; un'immagine con il menu già in mano mostra invece la misura e la distanza di lettura. Se il foglio è piegato, una parte della composizione scompare. Se è plastificato, entrano i riflessi. Anche il supporto partecipa al modo in cui le parole vengono lette.
Per una raccolta di riferimenti, conviene conservare questi due punti di vista insieme. La grafica quotidiana non vive sempre piatta sullo schermo. Viene afferrata, passata a chi siede accanto, appoggiata vicino al bicchiere. La sua qualità si capisce anche in mezzo a quel movimento.
Per continuare a raccogliere forme e scritte della cucina: Gli oggetti della tavola.